Sulla soglia | On the Threshold
Un saggio critico di Roberta Bertozzi sull’opera di Erich Turroni, letta come meditazione sulla figura umana al limite della visibilità. Corpi, volti e frammenti anatomici emergono come presenze fragili, sospese tra materia e sparizione, superficie e profondità, ferita e apparizione.
A critical essay by Roberta Bertozzi on the work of Erich Turroni, read as a meditation on the human figure at the edge of visibility. Bodies, faces and anatomical fragments emerge as fragile presences, suspended between matter and disappearance, surface and depth, wound and apparition.
Lo trovassimo anche noi un umano
puro, contenuto, ristretto,
una striscia nostra di terra feconda
tra fiume e roccia. Perché il nostro cuore ci trascende
ancora, come il loro trascendeva loro. Ma non possiamo più
perseguirlo in immagini dov’esso si plachi, né
in corpi divini dove, più grande, si moderi.
— Rainer Maria Rilke
Sono dell’idea che la ricerca di Erich Turroni tenda nel suo complesso a configurarsi come una possente, implacabile elegia dell’umano. Se mi servo di questo vocabolo, estrapolandolo dall’ambito letterario, è per significare la sorprendente affinità che intercorre fra il suo gesto e quello che determina la rivelazione poetica. Elegiaca può dirsi intanto la traiettoria del suo stile, calibrata sulla ritrazione piuttosto che sull’azione, nella quale domina un riserbo, un pudore espressivo talmente rigoroso da escludere qualsiasi residuo d’intenzionalità soggettiva; ma elegiaca è soprattutto la prospettiva da cui egli osserva il suo oggetto, la modalità in cui esso si rende manifesto, quasi si trattasse di una materia obsoleta, perduta, e lui fosse lì per circoscriverne l’estremo barlume. Perché la figura umana, esclusivo leitmotiv della sua opera, porta qui il marchio di una condizione postuma, la signatura di un crepuscolo; si profila come qualcosa di rassegnato in una distanza incommensurabile, chiuso nella perfetta dolorosità di un commiato.
Sotto questo aspetto la sua indagine potrebbe costituire la potenziale estensione, se non l’ultimo stadio, di tutta una tendenza del pensiero moderno che si è intensamente interrogata sulla possibilità stessa dell’umano a fronte della generale crisi antropologica che ha caratterizzato il XX secolo, dopo i genocidi e i conflitti mondiali, nel progressivo asservimento di qualsiasi istanza etica ai principi della produzione mercantile e nella irreversibile massificazione avviata dai sistemi economico-mediatici contemporanei. L’umanità che popola queste tele sembra rendere fisico quel pensiero, rifletterne la stessa apprensione per la sorte della specie: corpi, arti e visi sfocati, vulnerati, solubili; forse soltanto luminescenze, campi psichici, tracce che si offrono come l’eco di un essere, il calco friabile e consunto di ciò che fu, presumibilmente, da qualche parte e in qualche tempo, una persona – la persona.
Disancorato da qualsiasi modello ideologico, riferimento archetipico o ipotesi futurante, il soggetto dell’opera di Turroni è esposto in tutta la sua nudità metafisica, emblema assoluto di un contesto post-human in cui gli individui sono stati privati di qualsiasi funzione, la physis singolare è divenuta ibrida, il corpo da centro di individuazione identitaria una pura e semplice merce di scambio. Né generico né specifico, né tantomeno biologico o storico, esso è fondamentalmente un essere disoriginato, ridotto al proprio minimun, alla pura letteralità del suo contorno – infra-sottile, una minuscola partizione d’ombra.

Ombra che si converte in soglia, in un cenno: ciò che qui sopravvive della persona è unicamente il suo istantaneo accadere, il precario farsi di una presenza. È sul fissaggio di queste fugaci epifanie che si ostina il suo gesto: sul ripetuto tentativo di catturare un movimento, una durata, di spiccarlo da quell’infinità dello sfondo in cui ogni forma sembra invariabilmente destinata a rifluire. Se, come ha scritto Jean-Luc Nancy, i corpi si significano, si singolarizzano, si identificano proprio nell’atto del passare, se la persona è “il suo arrivo e la sua partenza”, in queste opere tale sequenza pare acutizzarsi, la temporalità della rappresentazione si fa brevissima, millimetrica, e spesso il gesto non riesce a trattenere altro che sagome ancora in germe, sembianze ectoplasmatiche, chiazze simili ad abbozzi fetali di cui sia stato incautamente arrestato il processo di coagulazione. Oppure l’inquadratura è costretta a restringersi su limitate sezioni anatomiche, scorci, monconi, disgregando così i corpi in segmenti autonomi, sintomaticamente più eloquenti di qualunque fisionomia compiuta.
In altri termini, la composizione si assesta sempre in maniera tale da lasciarci interdetti rispetto a ciò che si offre al nostro sguardo, colpiti da una sorta d’incertezza ottica, nell’impossibilità di distinguere se queste figure si stiano facendo avanti oppure ritraendo, se l’impulso che assecondano sia quello di una genesi o di un disfacimento. Non senza l’impressione che queste direzioni sussistano simultaneamente, come due movenze contrarie che si armonizzano entro un sistema di forme comunque restio a solidificare – fluido, instabile. Si tratta di un fenomeno innescato proprio dal ritmo esecutivo della sua pratica, dalle diverse, calcolate fasi che necessita. Dal suo procedere per stratificazioni, a cominciare da una prima stesura di campiture sul supporto, già condizione della comparsa di una sagoma, cui si aggiunge il disegno e l’inclusione di altre velature, altre trasparenze: una sovrapposizione di piani che conserva inaspettatamente intatto il carattere reversibile della figurazione. La colata di resina finale, sorta di sigillo vetroso apposto all’insieme, anziché fungere da stabilizzatore rappresenta l’agente propulsivo di questo effetto flou: essa interagisce con i livelli precedenti, li rianima alterandone i valori cromatici, amplifica l’evanescenza dell’immagine con il risultato di restituirla alla sua originaria indeterminatezza.
Come in un provino fotografico di cui in un preciso momento sia stato bloccato lo sviluppo, l’esito è quello di un corpo in emersione, fluttuante, sospeso a fior d’acqua: le stesse linee tracciate a matita o a penna, che dovrebbero delimitarne i tratti, di frequente finiscono per dilatarne la liquidità, il tremolìo: si complicano, si incagliano, sbandano in moto centrifugo, quasi non riuscissero a disciplinare ciò che continua a essere attratto da un intrinseco sprofondamento – sassi gettati in uno specchio d’acqua, di nuovo altra mobilitazione.

La metafora dell’affioramento, dell’emersione, di un quid umano che si verifica solo sulla soglia, in una contiguità di superficie, credo sia in definitiva quella in cui meglio si qualificano i valori semantici della sua opera. Corpi umani senza peso specifico, privi di consistenza, diluiti: ogni loro indizio pare addensarsi sotto specie di patina, raggrumarsi in una densità epidermica. Questa oscillazione sullo strato superficiale, del tutto esplicita nelle prove pittoriche, trova il suo corrispettivo anche in quelle plastiche, conquistando, anzi, in esse una drammaticità intensiva, una pressione maggiore. Di fronte a noi si stagliano arti e teste dalle proporzioni massicce, monumentali, in violento contrappunto con l’esile grafia dei dipinti, corporature granitiche, fossili dissotterrati da chissà quali recessi. Tuttavia, a dispetto di questa imponenza, il dramma che ostentano sembra raccogliersi esclusivamente sul loro rivestimento esterno, tormentato, corroso, carsico, indice di un travaglio che si è consumato in ben altri spessori. Questa pelle butterata e scabra rivela un lavoro di scavo che si è spinto patologicamente fin dentro la grana della materia, quasi a volerne estrarre un avanzo d’anima, un sussulto terminale.
Se la poetica di Turroni si esprime nel rinvenire un paradigma per l’umano, qualcosa che possa attestarne nuovamente l’esistenza, tendo a pensare che esso si riepiloghi in questa pelle, dove l’essere può ancora indicizzarsi, dare segno di se stesso come densità e come tensione – dove può, in una parola, esistere. Una pelle/anima in cui perdura l’ultima linea di demarcazione del corpo, l’ultima, minima sineddoche di una fisicità, di una presenza. Una pelle cicatriziale, in cui si assemblano tutte le fratture, le pieghe angosciose di una soggettività fatta a pezzi. Involucro protettivo ma anche orlo, ciglio, estremità – punto di contatto e di raccordo col mondo, con altri corpi, altro derma. Se le figure umane di Erich Turroni sono espropriate di ogni segno, di ogni tratto individualizzante, è per consentire loro di appropriarsi dell’appartenenza stessa, di difendere questo ultimo stralcio di essenza, puro, contenuto, ristretto – di rimarcare il suo confine basico, con una efficacia lirica splendidamente elementare.
Roberta Bertozzi
Sulla soglia ⎢ On the Threshold
note sull'opera di Erich Turroni
notes on the artwork of Erich Turroni
A critical essay by Roberta Bertozzi
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