Paesaggio e archiscultura

October 5, 2018

L'opera di Verter Turroni come ripensamento delle strutture architettoniche e spaziali.

 

 

Alla base della ricerca di Verter Turroni sta la progettazione, la volontà di dare o sottrarre struttura: slancio architettonico che si innesta all’aria, che intende lo spazio come un sistema, inseparabile dagli elementi in esso contenuti e dal tempo – che nel ritaglio di perimetri e volumi considera anche la consistenza del vuoto, ne accoglie le infiltrazioni, inglobandole, come certe armature gotiche, nel proprio seno.

 

In linea con altre esperienze del Novecento anche nella sua opera la prassi dominante è quella del prelievo: oggetti estrapolati dal loro contesto primario vengono assemblati al fine di una loro risemantizzazione.

Tuttavia vi è una importante divergenza: i materiali su cui Turroni concentra il suo interesse hanno del tutto perso una posizione nell’ambito della realtà – sono in partenza avulsi, fuori di contesto perché corrotti, privi di un valore d’uso come di qualsiasi altra funzione.

Materie povere, carcasse di strutture, frattaglie industriali situate al punto estremo della catena produttiva – residui, ossia eccedenze di realtà che non possono essere riassorbite e di cui non si sa che farsene. Sono corpi e conformazioni di un inquietante interregno che, separato fin dal principio dalla natura, riesce estraneo anche al dominio della tecnica.

 

 

 

Il rottame, la materia disadorna quando toccata anche solo per un istante da uno sguardo, e dunque riscattata dal continuum indifferenziato dell’oggettività, si rigenera perché questo equivale al suo ingresso nella presenza – alla restituzione di entità.

 

Un cranio di fango compresso adagiato su un guanciale plastico, frammenti di arredo fissati con del nastro adesivo, l’anima di un tavolo per basamento, l’impronta che la vernice o il poliuretano ha inciso su un pannello di compensato: tutto ciò che è difettoso, dissonante, sgradevole recupera una straordinaria dignità, una ragione d’armonia, uno statuto che supera la stessa dimensione estetica. Perché ciò che si vuole escluso dal presente fa qui ritorno come suo fondamento – impressione archeologica, iscrizione fossile che rigetta qualunque sublimazione, che non può più essere resa neutra.

 

 

 

(...)

Nel tentativo di dare una definizione formale ci soccorre un bellissimo termine coniato dall’artista: archiscultura, ossia un ibrido fra intenzione architettonica e intenzione scultorea, dove la prima, aggiungendo volumi e linee, è continuativa rispetto allo spazio, mentre la seconda opera dei tagli, intrattiene con esso un incessante agonismo. Termine oltremodo eloquente perché tramite il prefisso riesce anche a suggerire la vicinanza di questi lavori alla misura dell’archetipo – a un modello che, assorbendo il tempo-spazio della contingenza, finisce per diventarne compiuta sintesi, sua ipotesi ideale.

 

 

Roberta Bertozzi

 

estratto dal testo critico

Fondamenta, in SIMBOLI POLITICI, catalogo realizzato in collaborazione con

Galleria Gasparelli Arte Contemporanea Fano 2011

 

Verter Turroni nasce a Cesena nel 1965, vive e lavora a Gambettola.

 

Tra le mostre personali: Galleria d’ombre, a cura di Guerrino Siroli, biblioteca comunale Cervia (RA), 2013; Camminare solo, Galleria Gasparelli, Fano (PU), testo in catalogo di Giancarlo Papi, 2012; Simboli politici, Galleria Gasparelli, Fano (PU), testi in catalogo di Robera Bertozzi e Sabrina Foschini, 2011; Ibrido, a cura di Sabrina Foschini, Materica, Rep. San Marino, 2010; Frammenti, a cura di Viola Tonucci, Studio Tonucci, Pesaro (PU), 2009.

 

Tra le mostre collettive: Edificare nella vertigine, a cura di Francesco Bocchini, Festival Internazionale di Teatro, Santarcangelo di Romagna (RN); Selvatico 3/Una testa che guarda, a cura di Massimiliano Fabbri, Museo San Domenico, Fusignano (RA); Mais de quel genre de realite parlez-vous?, a cura Patricia Lunghi e Rodolfo Gasparelli, Bâtiment des Télégraphes, Quartier du Flon, Lausanne.

 

 

 

 

 

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