Una misura "aborigena"

January 18, 2017

 

 

In una recente intervista Giorgia Severi ha affermato che il suo continuo archiviare porzioni di paesaggio corrisponde alla necessità di dare testimonianza di quei brani di realtà materiale e storica che stanno mutando in maniera irreversibile e che sono in procinto di scomparire. Una poetica, la sua, che sento molto affine a quella di uno dei più grandi esponenti della poesia italiana del 900, Andrea Zanzotto, nei cui versi la disamina di un paesaggio devastato o perduto si fa elegia attiva, atto testamentario, documento estremo.

 

 

Giorgia Severi, Albedo, 2016, installazione, tessuto geotessile, 5x2 m

Courtesy dell'artista e Galleria Renata Fabbri Milano

 

E in effetti i territori che Giorgia Severi, fin dagli esordi della sua attività artistica, si propone di registrare sono fatalmente marchiati da questo indice di vulnerabilità, indice che a livello formale, nello specifico della sua pratica, trova riscontro in una ostinata sottilizzazione e rarefazione del segno, in una attenzione intensiva per i lacerti e gli scorci, nel suo insistere sulla traccia del paesaggio più che sulla sua datità complessiva – su tutti quegli indizi minimali, e proprio in virtù di questo altamente connotativi, che esso in rare occasioni cede al nostro sguardo.

 

Ciò che risalta nelle sue opere sono esattamente le nervature di un ambiente fisico, le sue textures, le analogie strutturali e spaziali di cui è composto: in una parola, la sua trama.

Non dunque il paesaggio come veduta conclusa nella, quanto più possibile oggettiva, rappresentazione delle sue forme, ma il paesaggio come imprinting, declinato secondo l’impressione sensibile (e qui il termine sensibile va inteso estensivamente) che possiamo riceverne: attraverso quella reciprocità, quella “corrispondenza di amorosi sensi” che esso riesce a instaurare con l’uomo.

 

 

Giorgia Severi, Ghost Landscape - Palme delle Isole Canarie e albero della Canfora , 2016

Courtesy dell'artista e M.Contemporary Gallery Sydney

 

 

Una ‘affettività’ che si rende manifesta anche nei diversi interventi performativi della Severi e nelle sue azioni site specific, dove il possibile richiamo alla filosofia della Land Art si stempera, finendo per trattenere di questa prospettiva quasi esclusivamente l’aspetto esecutivo. I suoi atti performativi reclamano ben altri spessori, significandosi in una sorta di fusione con l'habitat circostante e con le sue remote ragioni, esprimendosi innanzitutto in un atteggiamento di empatica devozione (non a caso altra tecnica privilegiata dall’artista è la calcografia diretta di elementi naturali, tecnica che, senza alcuna mediazione, consente di restituire di questi oggetti l’anima, il simbolismo intrinseco).

 

La misura “aborigena” del suo lavoro trova senso proprio in questa dimensione: nel sentimento di un legame ancestrale col territorio, nella inesausta ricerca di una simbiosi con esso, di un rapporto autentico con i luoghi e le comunità, con quella eredità antropica che si innesta a un determinato ambiente.

 

 

Giorgia Severi, 2015, Monte Aquilone / Perticara, foto credit Gianluca Colagrossi

 

Se in altre sedi si è parlato in riguardo alla sua opera di una “etica della responsabilità”, mi preme sottolineare che questa non si presenta mai separata da una ratio estetica, anzi, nel suo caso ancor più energica perché in grado di recuperare quella virtualità figurativa che giace latente nelle pieghe del paesaggio. Coniugare questi due aspetti equivale a riconoscere che l’ambiente naturale è da sempre matrice delle nostre proiezioni – e che queste proiezioni fanno ritorno a esso implementandolo di significati e misteri.

 

Per citare Wendell Berry, scrittore, poeta e ambientalista statunitense: "L'unico mezzo con cui possiamo preservare la natura è la cultura”. In questa singolare formula, che nella sua concezione potrebbe apparire come un ossimoro, mi pare condensarsi il messaggio più profondo dell’operazione di Giorgia Severi: vale a dire che tra noi e il paesaggio non esiste soluzione di continuità nella misura in cui ci accade di identificare in esso il nostro doppio.

 

 

 

Roberta Bertozzi

 

 

 

 

 

Giorgia Severi nata a Ravenna, Italia nel 1984 ha studiato restauro del mosaico e successivamente all'accademia di belle arti. Ha poi continuato nel proprio studio e nel paesaggio la propria ricerca artistica che si occupa di "catalogare" / archiviare e prendere la memoria di porzioni di paesaggi che stanno cambiando velocemente in maniera irreversibile. L'azione antropica sull'ambiente positiva o negativa è al centro della ricerca dell'artista, che indaga proprio il campo tra uomo e terra inteso come rapporto che si sviluppa in base al territorio dove si vive. Nel lavoro di Giorgia Severi l'azione diretta nel paesaggio è parte fondamentale poiché è attraverso questo gesto antropico nell'ambiente che l'artista crea le opere portando via il calco del paesaggio spesso difficilmente raggiungibile. Le opere sono spesso parte di progetti site-specific dedicati ad un luogo particolare per un motivo specifico appunto, e i materiali variano a seconda del soggetto, non allontanandosi quasi mai dal materiale naturale che spesso proviene proprio dai luoghi di lavoro e nascita delle opere stesse.

 

 

 

 

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