La leggera officina del tragico

November 20, 2016

“et je vous jure qu’il ne sort des corps

et que ce sont des CORPS animés.”

Antonin Artaud

 

“Disperare, disperare, disperare, è

tutto un fabbricare.”

Amelia Rosselli

 

 

Arti, braccia, protuberanze; creature di latta dalla meccanica storta, implorante; sculture tolte alla consistenza carnosa, gusci di lamiere, dispositivi rovesciati, apparati dai lunghi, ferrei tentacoli che, azionati, coinvolti, emettono uno schiamazzo di frattaglie.

 

Francesco Bocchini fabbrica un vero e proprio universo parallelo e claudicante, popolato di fantocci metallici che non servono niente se non il loro, brusco e sussultorio, desiderio. Apparecchi che falliscono, che mancano la mole produttiva, menomazioni sul corpo della sovrana macchina sociale.

Sporche e aeree, leggere e rugginose le sue sculture ripetono lo sforzo di una materia fratturata e disobbediente, finalmente scoperta nella sua sostanza ossidata, sghemba – impotente. Materia dolente di una strana, confusa pietas, dalla gesticolazione a singhiozzo, a stento.

 

Dove la macchina dadaista e surrealista assolveva un compito di pura provocazione, irriverente e dissacratorio, qui si perviene alla sua naturalizzazione, come in una profezia che si avvera.

Le macchine di Francesco Bocchini ricalcano lo scheletro della mistica tecnocratica, della tecnocrazia incarnano il cattivo sogno. Sgrammaticate e sfacciate, paladine di un Grand-Guignol sterilizzato, dove a sipario chiuso ciò che rimane sono solo gli arnesi del supplizio, i coltelli e lo spazio in cui affondano.

 

 

Gli arnesi, gli arti premono fuori, altrove. Come potenti raffiche, come venti di mitragliatrice.

Non è possibile un avvicinamento univoco a queste opere, una sola direzione, un solo bersaglio. Lo sguardo viene continuamente scomposto e flesso, costretto al dètournement che corre tra l’oggetto e il suo movimento, le sue alterazioni.

 

Ma anche piegato dallo scarto che passa tra l’opera e la sua denominazione, il titolo. I titoli e le scritture, che talvolta sono applicate direttamente sulla latta come un’incisione nervosa, finiscono per instaurare ulteriori catene di flusso, ulteriori deviazioni dirette a infrangere l’ultimo feticcio di esperienza estetica.

 

Lo spettatore è chiamato a collaborare – non alla decifrazione ma alla prosecuzione. Le alchimie futuriste, l’écriture automatique, i lapsus, tutti gli agenti e i reagenti del linguaggio convergono in una grande deriva, in grandi campiture immaginifiche dove innestare altri pensieri, altre private ossessioni.

 

Studio di Francesco Bocchini, ph Luigi Bussolati

 

Francesco Bocchini moltiplica questo gioco verbale, questo rebus allucinatorio e sovversivo –  transfuga. E quell’aggiustare una manovella sul corpo senza organi, un ferro che ci spinge ad avviare il congegno, che sollecita la tentazione bambina di toccare, di comprendere tutto, tutto trattenere e tutto occupare. I corpi, su cui scivola ogni significato, ci offrono in cambio una risposta vuota, ecolalia, balbettio, pura sillaba cigolante.

Frizioni, mormorii cranici, escrescenze, ni, ni. Risposta che ci riconsegna al luogo della nostra domanda, della nostra segreta farneticazione. Quanto silenzio tra la lamiera. Quanto deserto.

La materia privata della consistenza ontologica, della sua pesantezza storica, logica, morale fa paura. Non è che il tremendo al suo inizio. Ce n’est qu’un début.

 

Roberta Bertozzi

 

 

 

estratto dal testo critico

La leggera officina del tragico, in Francesco Bocchini, UN BRACCIO RUMINANTE

catalogo realizzato da Galleria Il segno, Roma 2009

 

 

Francesco Bocchini nasce a Cesena nel 1969, vive e lavora a Gambettola. Come scultore e artista visivo ha esposto a Bologna all'Accademia di Bellle Arti - Pinacoteca Nazionale, alla Galleria il Graffio, alla Galleria de Foscherari, oltre che realizzare mostre personali alla Galleria d'Arte Moderna di Roma, Galleria L'Affiche a Milano, Galleria Artealcontrario a Modena e altre). Tra le mostre collettive: Round the Clock, Evento Collaterale della 54ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, a cura di Martina Cavallarin; Playstation, Kunstart, Merano, a cura di Valerio Dehò (2009); Steellife, Triennale di Milano, a cura di Elisabetta Pozzetti (2008); Frescobosco, Certosa di Padula, Salerno, a cura di Achille Bonito Oliva (2008); 15ª Quadriennale d’Arte, Roma (2008); Bologna Contemporanea 1975 – 2005, Galleria d’Arte Moderna, Bologna, a cura di Peter Weiermair (2005); XIV Quadriennale, Anteprima, Promotrice delle Belle Arti, Torino (2004).

 

 

 

 

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