Cantiere diffuso

November 18, 2016

 

Il manifesto della scorsa edizione di Cristallino iniziava con queste parole, con un passaggio che desidero citare per intero:

 

Cristallino è l’ipotesi di un luogo.

Un luogo qualificato dal costruirsi provvisorio di una comunità, nel senso più arcaico del termine: koiné, un insieme di persone che sceglie di mettersi in gioco per iniziare a sillabare una lingua comune, un comune desiderio – e dove è proprio la consapevolezza del fallimento di questo progetto a ribadirne l’assoluta necessità.

 

Cristallino è un luogo in cui sperimentare un’appartenenza, anche solo per un breve frammento di tempo: appartenenza al fatto di essere in comune anche se distinti, in una esaltante condizione di prossimità eppure distanti.

 

L’appartenenza che cerchiamo non passa per scopi pratici, valori ideali o una figuratività condivisa: essa è incitata soltanto dall’urgenza di riprendere di nuovo possesso del nostro presente, di abitarlo concretamente, di popolarlo di figure e miti.
 

Sono premesse che sottoscriviamo nuovamente, rilanciandone, in occasione di questa terza edizione del Festival, i termini, proprio per via di una scelta, di una chiara azione.

Perché dopo due edizioni “stabili” abbiamo deciso quest’anno di intraprendere una via itinerante.

Cambiamo sede, anzi, abbracciamo un circuito di sedi, del tutto irrelate tra loro e allo stesso tempo accomunate da quegli atti che in esse crescono e prendono forma.

 

Studio di Francesco Bocchini, ph Luigi Bussolati

 

Se ci mettiamo in movimento, consapevoli che ogni svolta coincide anche con un azzardo, è perché avvertiamo il bisogno di scommettere su quelle energie, quella forza poetica e visionaria che intride i luoghi dove l’arte è, prima di ogni altra cosa, concezione, pratica, disciplina: ossia gli atelier.

 

Gli studi d’artista rappresentano degli spazi non convenzionali dove tutto è ancora in discussione: in essi l’opera d’arte non è “in vetrina” –  molto spesso non è neppure se stessa. Sono luoghi caotici, ibridi, interstiziali, che ci permettono di entrare in contatto con il nucleo più remoto della creazione – con il suo recinto quotidiano, i suoi circoscritti e ripetitivi gesti, i suoi silenzi e i suoi slanci, con tutto quell’universo materiale e simbolico che precede l'ideazione. E soprattutto di entrare in contatto con i suoi artefici, in una dimensione vis-à-vis.

 

E in questo spostare l’asse della nostra ricerca dai luoghi istituzionali (musei, gallerie, etc.) agli studi d'artista, ci siamo accorti che accanto alla più nota dicitura di “museo diffuso”, che individua il nostro territorio e la nostra nazione per la miriade di eccellenze che ospitano, per tutta quella ricchezza storica e culturale di cui si fanno deposito, occorrerebbe tener conto anche del “cantiere diffuso”, di tutte quelle innumerevoli esperienze artistiche che esistono, fabbricano, determinano l’avvento di nuovi linguaggi.

 

Studio Andrea Salvatori, ph Alessandro Greco

 

Nel suo ultimo libro, Lunga vita al Genius Locis, lo scrittore Gian Ruggero Manzoni sottolinea la relazione primaria da noi stabilita con la nostra geografia d’origine e d’appartenenza, riconoscendola quale “elemento vivo”, parlante e fattivo.

 

Ecco, accanto al museo diffuso, che è continuum memoriale del Genius Locis, di ciò che ci precede e che si pone nei nostri confronti come un’interrogazione permanente circa la nostra identità, sta, con pari importanza, questo cantiere diffuso, questi luoghi dove l’arte e la cultura si fanno slancio iniziale, esatta proiezione. Luoghi in cui è possibile riconoscersi secondo un’ottica futurante, anche quando quest’ottica implica una frattura rispetto alla tradizione – perché ogni frattura non è altro che un rinnovamento di ciò che ci fonda.

 

 

Roberta Bertozzi

 

 

 

 

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