Alchimie del paesaggio

April 20, 2016

Nelle carte di Veronica Azzinari, in mostra a Souvenir D'Amérique, il paesaggio diventa geografia del profondo.

 

Il segno di Veronica Azzinari indugia (ed è questo il termine più esatto) su un’idea di paesaggio che si presenta invariabilmente transitoria e indeterminata – del tutto portatrice di quella splendida potenzialità che appartiene alle cose, alle figure, quando sono ancora in germe.

 

Sono, i suoi, dei veri e propri ricami di territorio, in bilico tra incipit ed explicit – disegnano qualcosa in procinto di venire alla luce e al tempo stesso qualcosa che potrebbe presentarsi prossimo alla dissoluzione. Le trame sono esili, rizomatiche, pulviscolari: accennano alla geometria di uno spazio e, con movimento simultaneo, indicano altrove; pur precisando l’assetto di una planimetria – anzi, mostrandosi vicinissime a questa costruzione soprattutto sul piano formale, anche per l’estrema raffinatezza e il rigore del tratto – finiscono tuttavia per implicare un universo segnico (e simbolico) ben più complesso.

 

 

 

Osservando le sue carte, l’impressione è che il paesaggio si smargini, conquistando il suo massimo grado di dilatazione, di disseminazione. Il tutto conseguito operando in un duplice senso: molecolare e insieme integrale, rarefatto eppure icastico, atomistico e tuttavia completo. Come se assistessimo al pulsare di un organismo (o di una miriade di organismi) all’interno di ciascuna rappresentazione, la mappatura su larga scala e la mappatura dell’infinitesimale in questo caso vengono a coincidere, a fondersi in un’unica prospettiva.

 

Il suo ductus si muove in questo doppio canale, tra macro e micro, aprendo spessori minimalisti, che normalmente l’occhio non è in grado di sondare, cercando un corpo stabile, obiettivo della rappresentazione e, per contrasto, un suo principio di evanescenza. La stessa pratica (Veronica Azzinari lavora principalmente attraverso la tecnica della calcografia e dell’acquaforte) rimanda a questa legge alchemica della visione, dove ciò che appare in superficie è frutto di un paziente lavoro di scavo e di assestamento dell’immagine, durante il quale le cose acquistano coscienza dei propri contorni e sentore di imprevedibili contiguità.

 

 

 

Sottraendo, de-costruendo e sottilizzando le strutture naturali, i loro ordini algebrici e sinuosi, le loro simmetrie come le loro discrepanze, l’artista ci consegna quasi una “geografia del profondo”, dove elemento paesaggistico ed elemento fisico/chimico, in una incomprensibile e portentosa specularità, finiscono per disegnare quello che è il profilo più remoto del mondo.

 

 

Roberta Bertozzi

 

 

 

Veronica Azzinari nasce a Milano nel 1986.

Si diploma nel 2006 nella sezione di Cinema d’Animazione presso la Scuola del Libro di Urbino.

Spinta dall’esigenza di asportare la materia e di graffiare le superfici dei suoi lavori grafici e pittorici, ben presto si avvicina alla tecnica della Calcografia

Grazie ad Opificio della Rosa, sviluppando ben presto una personale ricerca artistica che fonde la stampa con il disegno concentrandosi sui temi legati ai primordi e alla natura.

Dal 2010 ha esposto in diverse città d’Italia, collaborato con diverse realtà della scena musicale Italiana e condotto workshop per adulti e laboratori per l’infanzia presso “La Corte della Miniera” e “Opificio della Rosa”.

Ha pubblicato per riviste come “Lo Straniero”, “La Lettura” e “I quaderni del Teatro di Roma”.

Attualmente vive e lavora in provincia di Pesaro Urbino.

www.veronicaazzinari.com

 

 

 

 

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