Il paesaggio come uno sterminato libro di pietra e arena

April 6, 2016

Secondo capitolo sull'opera degli artisti in mostra a Souvenir D'Amérique, dedicato alle architetture segniche e spaziali di Federico Guerri.

 

Di fronte alle tele di Federico Guerri si ha l’impressione di essere tratti in un movimento vorticoso, lo sguardo è costretto a rapide dislocazioni, completamente assorbito nel tentativo di convogliare in un unico spettro il fascio irradiante dei segni. Questo effetto cinestesico deriva dalla natura stessa della composizione: come accade nelle volute degli arabeschi, nei reticoli musivi, nell’anima alveolare degli intarsi, l’immagine già da subito impressa nel cardine dei singoli elementi giunge a palesarsi unicamente in forza della loro successione e delle loro reciproche relazioni.

 

Lo sguardo dello spettatore non può far altro che assecondare questo svolgimento, inseguendo l’innesto di un segmento nell’altro, contemplando l’intero sistema di giunture e intersezioni, nel quale ogni tratto esprime una elongazione del possibile, una fondamentale risposta al vuoto.

Qualunque ipotesi circoscritta di figurazione risente di questa evoluzione: qui una cupola, una volta, un’arteria stradale, e poi guglie, capitelli, tetti, le vertebre di una muraglia – individuata per una specie di planimetria aerea, ogni idea di territorio, sia esso urbano o selvatico, verosimile o fantastico, si dissolve in una compagine di onde e rifrazioni, di cui ogni linea non rappresenta altro che l’energia di propagazione.

 

 

 

In questa incessante anamorfosi la forma architettonica tende a contaminarsi, a coincidere con certe geometrie vegetali, con le eliche e le sinuosità dei rampicanti, le nervature dei quarzi, i nodi delle cortecce, il fragile scheletro del fogliame, in una fisica molecolare del tratto segnico che, estranea a ogni difetto di staticità, genera un sorprendente processo di ibridazione tra modelli rappresentativi di struttura.

 

È come se una immensa cattedrale, un imponente libro di pietra e arena, si dispiegasse di fronte ai nostri occhi: una foresta di simboli, uno sciame di fibre e scintille strappate a un qualche universo che persiste nel celare il suo fulcro emanatore, quel punto focale della rappresentazione che, come lo spazio vuoto del tempio, resta a noi interdetto.

 

 

 

(...)

Il testo che Guerri va tracciando potrebbe proseguire all’infinito – sorta di tributo alle pressoché inesauribili combinazioni alfabetiche e numeriche, all’eruzione spontanea di un gesto grafico diretto solamente a esaudire la propria intrinseca prolissità, la sua polisemica essenza.

Con questa consapevolezza, egli si affida alla natura vertiginosa, rizomatica del disegno – disegno che è pittura sottilizzata, getto di radice, solco: qualcosa di analogo a un’idea musicale, a un’equazione algebrica, alla porzione aurea di un esametro.

 

Guerri conosce a perfezione il numero e la qualità dei tagli necessari per conquistare quell’effetto di evidenza che solo concorre alla nascita di un archetipo; sa che tutto si gioca in una scala che dal nero digrada verso il bianco, con un sublime indugio nel grigio diametrale, in quella pasta di onirica traslucenza che bagna di un incerto crepuscolo le sue tele; sa che per dare al suo organismo figurativo la consistenza di una pietra, la sua stessa durata e gravità, occorre fare un patto di chiarezza con la costruzione, occorre adottare la sintassi del bianco e nero.

 

Roberta Bertozzi

 

estratto dal testo critico

La disciplina del cartografo, in SENTIERI INTERROTTI, catalogo della mostra personale di Federico Guerri

Galleria L'Affiche, Milano 2010

 

Federico Guerri è nato a Cesena  nel 1972 dove vive e lavora.

Si è laureato nel 1995 all’Accademia di Belle Arti di Bologna in scultura. Dopo gli studi inizia la sua personale ricerca che lo porterà alla creazione di sculture di grande formato collocate in spazi naturali, per poi passare progressivamente ad un linguaggio teso ad unire l’aspetto plastico con quello pittorico. L’esperienza con l’incisione e in particolare con l’acquaforte che apprende nel laboratorio del padre calcografo lo porta alla creazione di vari cicli di stampe. Le tecniche incisorie sviluppano nella sua  ricerca una fusione tra pittura e disegno. Nel 2005 vengono create i primi quadri dove il segno a grafite disegnato sul tela non preparata crea una trama di segni e strutture in cui la geometria dell’architettura trova il suo ibrido nella natura. I soggetti delle opere si sviluppano sui ricami della distruzione, nelle planimetrie dissestate, nella visione di palazzi sfilacciati ed erosi da una  forza corrosiva che mina il collante di ogni costruzione. Parallelamente ai lavori su tela vengono create delle ardesie di grande dimensione dove il segno graffiato e inciso nella pietra dà vita a lastre severe che in una alternanza di luce ed ombra, restano nei limiti estremi del bianco e nero. Recentemente ha realizzato delle sculture in legno che si modulano in forme e dimensioni di volta in volta diverse in dialogo diretto con lo spazio dove vengono installate.

Tra le sue mostre personali recenti, ricordiamo quella alla Galleria Montoro12 di Roma, nel 2013,  con testi in catalogo di Ursula Hawlitschka e Flavio Ermini. Nel 2010 si tiene alla Galleria L’Affiche di Milano, una personale con testi in catalogo di Valerio Dehò e Roberta Bertozzi. Inoltre ha esposto alla Galleria Gasparelli di Fano in mostre personali e collettive e alla Galleria Weber&Weber di Torino.

Ha esposto in mostre bipersonali con Francesco Bocchini alla Galleria Defreo di Berlino e con Germano Sartelli a Casa Rossini a Lugo.

Inoltre hanno scritto di lui  Franco Bertoni, Martina Cavallarin, Stefano Castelli, Sabrina Foschini, Matteo Galbiati, Gian Ruggiero Manzoni, Giancarlo Papi, Alberto Zanchetta, Marisa Zattini.

 

 

 

 

 

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