Tre scommesse per una mostra

November 20, 2015

Domani inaugura Cristallino, con la mostra collettiva “Il pensiero è un abisso” che vede coinvolti dieci artisti: Giacomo Cossio, Massimiliano Fabbri, Gilberto Giovagnoli, Ilaria Margutti, Mariano Marini, Rudy Mazzoni, Valentino Menghi, Gregorio Ravaioli, Denis Riva e Fabrizio Zanuccoli.

Una mostra che si gioca fondamentalmente su tre scommesse.

 

Massimiliano Fabbri, Atlante, 2015

 

La prima è di tipo interpretativo. Il punto di partenza di questo progetto espositivo è l'ultimo grande monologo poetico di Raffaello Baldini, La Fondazione. All’inizio dei lavori ci siamo chiesti come avremmo potuto prendere le mosse da un’opera letteraria senza appiattirne la complessità, come avvicinarla evitando un approccio didascalico – senza parafrasare, o ancora peggio, sostituire con un commento tutto ciò che di essenziale era ed è già pronunciato da quel poema.

Ci sono molti modi di interpretare, più o meno innocui a seconda dei casi. Esiste tuttavia anche un'altra strada, la possibilità di affiancare un’opera senza intrusioni nel suo tessuto. Si tratta di un’idea espressa a suo tempo da Charles Baudelaire, quando affermava che il miglior commento a un quadro non poteva che essere un sonetto.

In altri termini, tutto ciò che possiamo dire intorno a un'opera d'arte non può che fare ritorno all'arte stessa. Essendo noi artisti e non operatori culturali, abbiamo immaginato che il gesto migliore per rendere giustizia a un testo poetico, per entrare in autentico contatto con esso, fosse quello di proporne un equivalente formale.

Le opere che vedrete in questa mostra non rappresentano un’appendice al capolavoro di Baldini ma ne proseguono il discorso, cercando di moltiplicare, variare e amplificare le suggestioni che esso ci consegna.

 

 Giacomo Cossio, Piante, 2015

 

La seconda scommessa riguarda la disponibilità degli artisti a buttarsi in una avventura di cui non conoscevano fino in fondo l’esito. E di questo gliene siamo grati.

Perché non abbiamo domandato loro un'opera definitiva, conclusa in ogni sua parte, ma piuttosto un qualcosa che abita gli interstizi del loro mestiere quotidiano.

Qualcosa che ha a che fare con il privato immaginario di questi artisti, con gli strumenti di cui si servono, con le ritualità e le routine che li accompagnano; chiedendo loro di selezionare in tutta questa magnifica caoticità un ordine, una linea di significazione, un racconto.

(Detto per inciso: si trattava in fondo di ricalcare alla lettera lo stesso meccanismo che percorre il libro di Baldini, dove il protagonista è ossessionato non tanto dall'accumulo degli oggetti quanto dal ritrovare in questo accumulo un criterio in grado di conferire un senso alla sua esistenza).

 

Denis Riva, Teste sacre, 2015

 

La terza e ultima scommessa ci ha portato a confrontarci con l’idea di opus incertum, con quello statuto labile e indeterminato, quella polisemia strutturale che contraddistingue oggi l’arte.

Nel 900 abbiamo assistito a una letterale polverizzazione dell'opera, della sua concretezza. Una polverizzazione avvenuta attraverso diverse pratiche: a cominciare dal frammento (vero e proprio stigma dell’affermarsi della discontinuità rispetto al corpo univoco e compatto dell’opera), alla performance (che sostituisce alla durata, al suo carattere imperituro, l’energia dell'istantaneo e dell'irripetibile) fino all’installazione, una sorta di scultura esplosa, come scrive Massimiliano Gioni, che insiste sulla frattalità dell'opera, sulle sue innumerevoli e imprecisabili rifrazioni, piuttosto che puntare alla sua unità.

Nel caso di questa mostra, l'opera diventa realmente, come sosteneva Blanchot, “l'assenza d'opera”. Qualcosa che si trova al confine tra opera e operari, tra il pieno generato da una manifattura e il movimento del fabbricare – il vuoto sostanziale di questa operazione: le sue cadute, i suoi intervalli, le sue esaltanti accensioni.

Ciò che abbiamo chiesto agli artisti è stato di rivelarci questa zona intermedia, in esilio dalle proprie certezze stilistiche, mettendo in scena il loro immaginario, i miti di cui si nutrono, l’abisso del loro pensiero. Con l'esito forse di ritrovarsi ad un altro livello di intensità. Testimoniando come tutto, alla fine, si significa nella forma di un agone.

 

Roberta Bertozzi

 

IL PENSIERO È UN ABISSO

DAL 21 NOVEMBRE 2015

AL 28 FEBBRAIO 2016

 

MUSAS

via della Costa, 26

SANTARCANGELO DI ROMAGNA

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